Francesca Albanese, l’ora della verità: gli Stati Uniti chiedono la sua rimozione dalle Nazioni Unite


Era solo questione di tempo. Da mesi i segnali c’erano tutti: viaggi “sponsorizzati”, dichiarazioni fuori ruolo, rapporti scritti con linguaggio politico più che giuridico. Ora il nodo è arrivato al pettine.

La Divisione per i Diritti Civili del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha inviato una richiesta formale alle Nazioni Unite: rimuovere immediatamente Francesca Albanese dal suo incarico di Relatrice Speciale per i diritti umani nei Territori Palestinesi occupati. Il motivo? Finanziamenti da parte di gruppi di pressione pro-Hamas e una condotta ritenuta disonorevole per l’istituzione che rappresenta.

La lettera, firmata da Leo Terrell, membro della Task Force federale contro l’antisemitismo, è diretta e brutale: “La sua condotta ha disonorato l’istituzione che rappresenta e compromesso la credibilità del suo mandato.” Un linguaggio insolito, durissimo, che non lascia spazio all’ambiguità. A scatenare l’intervento americano è stata un’inchiesta di UN Watch, organizzazione con sede a Ginevra che da anni monitora l’attività dei relatori ONU. Secondo il rapporto, Albanese avrebbe accettato circa 20.000 dollari da gruppi palestinesi con legami con Hamas per finanziare due viaggi ufficiali in Australia e Nuova Zelanda, subito dopo il massacro del 7 ottobre 2023.

Nei documenti ufficiali, però, avrebbe dichiarato che i costi erano coperti dalle Nazioni Unite. Una discrepanza che, se confermata, configurerebbe non solo un conflitto d’interessi, ma anche una possibile falsificazione amministrativa. I fondi sarebbero arrivati attraverso associazioni palestinesi accusate da UN Watch di fungere da copertura per attività di lobbying e propaganda pro-Hamas. Un dettaglio che trasforma una questione burocratica in un terremoto politico.

Perché il punto non è il denaro in sé, ma ciò che rappresenta: l’idea che un funzionario dell’ONU possa essere finanziato da soggetti legati a una delle parti del conflitto che dovrebbe monitorare. È l’essenza stessa dell’imparzialità a crollare.

Albanese non è nuova alle polemiche. Le sue posizioni su Israele sono note e spesso estreme. Nei suoi rapporti ufficiali ha accusato lo Stato ebraico di “apartheid”, “colonialismo” e “pulizia etnica”. Dopo il 7 ottobre, quando il mondo contava i morti del massacro di Hamas, la relatrice definì l’attacco “una reazione palestinese a 75 anni di oppressione israeliana”. Una frase che, per molti, ha segnato il punto di non ritorno.

Da allora, il suo mandato è diventato sinonimo di parzialità. Israele ha dichiarato di non riconoscerne più la legittimità, e diversi Paesi occidentali -tra cui Stati Uniti, Germania, Canada e Paesi Bassi -hanno espresso riserve ufficiali. Ma l’ONU ha fatto finta di nulla. Fino a oggi.

La lettera del Dipartimento di Giustizia cambia tutto. Non è una protesta diplomatica, ma una richiesta formale di rimozione. Significa che per Washington, la questione non è più solo politica, ma morale e istituzionale. La Divisione per i Diritti Civili, che si occupa di antisemitismo e diritti umani interni, è intervenuta proprio perché ritiene che la Albanese, nel suo ruolo, abbia contribuito ad alimentare l’odio verso Israele e, di riflesso, verso le comunità ebraiche nel mondo.

Secondo fonti vicine al Congresso, il Dipartimento ha ricevuto dossier dettagliati da parte di UN Watch, corredati di documenti, ricevute e dichiarazioni. Nello stesso periodo, è stato convocato un briefing riservato per i membri delle commissioni esteri e giustizia del Senato americano. Da lì è partita la richiesta di agire “per difendere la credibilità del sistema multilaterale e contrastare la politicizzazione dell’ONU”.

A Ginevra, però, il silenzio è assordante. Il Segretariato Generale non commenta. Nessuna indagine pubblica, nessuna ammissione di errore. Come se la macchina diplomatica stesse solo aspettando che la tempesta passi. Ma la tempesta non passerà presto, perché la questione tocca un nervo scoperto: quello dell’ipocrisia morale delle Nazioni Unite.

È lo stesso schema che si ripete da anni: l’ONU che condanna Israele in modo ossessivo, mentre ignora regimi sanguinari in mezzo mondo. L’ONU che nomina relatori “indipendenti” ma schierati, attivisti travestiti da esperti. L’ONU che parla di diritti umani, ma chiude gli occhi quando i propri funzionari ne violano i principi.

In Europa, la notizia è accolta con imbarazzo. Berlino e Parigi tacciono. Bruxelles si limita a un “nessun commento”. Eppure, la Germania aveva già chiesto mesi fa di verificare “la neutralità dei relatori ONU” dopo le uscite pubbliche della Albanese. Ma nessuno ha avuto il coraggio politico di agire. Adesso che è Washington a chiedere la testa della relatrice, tutti fingono di non sapere.

La verità è che il caso Albanese è molto più di uno scandalo personale. È la dimostrazione plastica di come il sistema ONU sia diventato terreno fertile per la propaganda ideologica, dove l’attivismo politico si traveste da diplomazia e il pregiudizio viene scambiato per impegno umanitario.

Le conseguenze potrebbero essere pesanti. Se l’ONU decidesse di difenderla, gli Stati Uniti potrebbero ridurre i finanziamenti a specifici programmi sui diritti umani, già sotto osservazione per le loro posizioni anti-israeliane. Se invece accettasse la richiesta americana, si aprirebbe un precedente importante, ma anche un terremoto interno: significherebbe ammettere che un proprio rappresentante è stato corrotto politicamente.

Albanese, per ora, tace. Nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna smentita pubblica. Ma il silenzio, in diplomazia, pesa più di mille parole. Perché quando le accuse arrivano dagli Stati Uniti e sono sostenute da prove documentali, non bastano più i comunicati indignati.

Il suo destino, ormai, è segnato. La credibilità è compromessa, e la figura del Relatore Speciale sui Territori Palestinesi — già discussa da anni — ne esce distrutta. Il danno, però, non è solo individuale. È il colpo più duro alla reputazione morale dell’ONU negli ultimi vent’anni.

Francesca Albanese, che per anni ha accusato Israele di crimini contro l’umanità, oggi si trova accusata da una democrazia occidentale di avere servito interessi ostili alla pace. Non è Israele a volerla punire, ma gli Stati Uniti: il Paese che più di ogni altro finanzia e sostiene le Nazioni Unite. È una lezione storica. E anche un avvertimento: quando si gioca con la menzogna, prima o poi la realtà presenta il conto.

Il verdetto politico, al di là delle indagini formali, è già scritto. Francesca Albanese non rappresenta più l’imparzialità dell’ONU, ma la sua crisi morale. E non c’è parola, conferenza o rapporto che possa cancellare quel marchio: disonore.

LUIGI GILIBERTI

Fonti:

UN Watch – “U.S. Justice Department calls for removal of Francesca Albanese after pro-Hamas funding exposed”, maggio 2025

UN Watch – “U.S. urges ouster of UN envoy over pro-Hamas funding”, aprile 2025

C4Israel.org – “U.S. Department of Justice calls for removal of anti-Israel UN rapporteur Francesca Albanese”, maggio 2025

The Jerusalem Post – “Francesca Albanese under fire again for bias and funding scandal”, 21 maggio 2025

Wall Street Journal – “U.S. Civil Rights Division demands UN action over antisemitic bias”, 20 maggio 2025

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